Educazione sessuale: facciamo il punto
Quando parliamo di “educazione sessuale” (o meglio di “educazione all’affettività e alla sessualità”), stando alle parole del Ministero della Salute abbiamo a che fare con
“qualcosa di più un trasferimento di informazioni di tipo medico-sanitario”;
un’educazione che “deve essere appropriata per l’età e deve avere un approccio olistico”
e renda bambini e adolescenti in grado di “determinare autonomamente la propria sessualità e le proprie relazioni nelle varie fasi dello sviluppo”.
Frequentavo le scuole medie quando ho seguito la prima lezione di educazione sessuale di cui ho memoria. Se devo essere sincera non escludo sia stata l’unica che mi abbia mai offerto la scuola dell’obbligo.
Dopo qualche spiegazione sull’anatomia esterna (limitata a pene e vagina) la lezione si è incentrata sul bisogno di evitare a tutti i costi una gravidanza attraverso lo strumento più opportuno: il preservativo. Gli altri anticoncezionali sono stati menzionati ma scartati perché ritenuti “meno funzionali” rispetto a un preservativo (maschile, ci tengo a sottolineare, dato che ho scoperto dell’esistenza del femidom solo nel 2019. Ne parleremo).
Ma perché in Italia non si fa educazione sessuale? Perché quelle poche lezioni concesse alle scuole medie e al liceo non sono soddisfacenti né complete, e spesso affondano nell’imbarazzo di docenti e studenti?
Dalle ricerche portate avanti dal WHO Collaborative Centre for Sexual and Reproductive Health risulta quanto segue: l’educazione sessuale è obbligatoria in meno della metà dei Paesi europei (11 su 25) e nei Paesi restanti è un’attività facoltativa, obbligatoria solo in determinate regioni o scuole. L’Italia è uno di quegli Stati “restanti”, come riportato nella panoramica Sexuality education across the European Union, pubblicata nel 2020 e scaricabile gratuitamente online. Questa panoramica riporta anche la tendenza italiana di trattare solo gli aspetti biologici dell’educazione sessuale e non quelli psicologici, sociali ed emozionali (pagina 8, box 4).
Per quanto il 2020 sia già lontano, la descrizione proposta dalla Commissione Europea risulta ancora veritiera, tanto da rendere necessaria la creazione di Italy Needs Sex Education, un movimento che nel suo manifesto chiede a gran voce l’introduzione immediata di momenti di formazione costanti e ben programmati a partire dalle scuole primarie.
Il report UNESCO The journey towards comprehensive sexuality education, pubblicato nel 2021, sembrava aprirsi con un’affermazione positiva: l’85% dei 155 Paesi analizzati ha politiche o leggi relative all’educazione sessuale. Affermazione seguita, però, da una doccia fredda, dato che i sondaggi mostrano che spesso gli studenti credono di aver ricevuto informazioni troppo tardi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta cercando di rispondere a questo “troppo tardi” con la pubblicazione e diffusione di un documento riguardante il ruolo delle scuole nella salute sessuale e riproduttiva in un periodo di crescita estremamente delicato.
La situazione a livello globale non risulta ancora soddisfacente, ma giovani in tutto il mondo si stanno attivando per chiedere un’educazione sessuo-affettiva completa, inclusiva e accessibile a tutti, e perché i sistemi educativi si mettano finalmente in paro con le richieste e le necessità di un mondo che cambia.
“Olistico”, di per sé, indica qualcosa che si riferisce all’olismo, una posizione teorica per cui un’entità non è solo la somma delle sue componenti ma qualcosa di più complesso. Un’educazione sessuo-affettiva olistica considera quindi sessualità e affettività nella totalità delle loro molteplici sfaccettature (INSE).
Educazione Sessuo-Affettiva nelle Scuole Primarie e Secondarie: Linee Guida d’intervento
Il 5 giugno 2024, al Senato della Repubblica Italiana, è stato presentato il documento intitolato “Educazione Sessuo-Affettiva nelle Scuole Primarie e Secondarie: Linee Guida d’intervento”. Esso rappresenta un passo importante verso l’istituzione di un’educazione sessuale e affettiva completa all’interno del sistema educativo italiano. Nonostante numerosi appelli da parte di istituzioni comunitarie e varie proposte legislative nel corso degli anni, l’Italia rimane uno dei pochi paesi europei senza un quadro normativo formale per l’educazione sessuale destinata ai giovani. Questa lacuna ha portato a un approccio spontaneo e spesso incompleto nelle scuole, lasciando molti giovani privi della guida necessaria per affrontare in modo sicuro e sano il proprio sviluppo sessuale ed emotivo.
Il documento, redatto grazie alla collaborazione di diversi contributori tra cui professionisti nel campo psicosessuologico e medico, mira a colmare questo vuoto.
L’esperienza combinata dei contributori ha dato vita a un insieme di linee guida scientificamente fondate, progettate per fornire agli educatori, ai professionisti sanitari e ai responsabili politici gli strumenti necessari per offrire un’educazione sessuo-affettiva efficace e ben strutturata.
Le basi del documento affondano le proprie radici nei principi di inclusività e rispetto per la diversità e nell’approccio olistico alla salute sessuale. Inoltre, il documento sottolinea l’importanza di una strategia educativa completa che affronti le dimensioni biologiche, emotive, relazionali e culturali della sessualità. Promuovendo una comprensione completa della salute sessuale, le linee guida mirano a prevenire le infezioni sessualmente trasmesse (IST) e le gravidanze indesiderate, a ridurre la violenza di genere e a favorire l’intelligenza emotiva e le relazioni sane tra i giovani.
La prima parte offre una panoramica completa dello stato attuale dell’educazione sessuo-affettiva esaminando l’evoluzione dei modelli educativi, le linee guida internazionali e la storia dell’educazione sessuale in Italia. Inoltre, evidenzia la necessità di programmi di prevenzione ed educazione professionali per mitigare i rischi associati a un’educazione sessuale inadeguata o addirittura assente.
La seconda parte del documento fornisce nuove linee guida per l’attuazione di un’educazione efficace nelle scuole primarie e secondarie: delinea i principi e gli obiettivi che sostengono i programmi di educazione sessuale ed affettiva sviluppati da un team di medici e psicologi, garantendo così un approccio scientificamente accurato, sottolineando l’inclusività e il rispetto per la diversità; evidenzia l’importanza di riconoscere e garantire i diritti affettivi e sessuali, sostenendo l’uguaglianza di genere e condannando, oltre che prevenendo, tutte le forme di violenza sessuale, comprese quelle digitali; infine, enfatizza l’importanza di riconoscere il piacere sessuale come una componente fondamentale del benessere.
Un aspetto chiave delle linee guida è l’identificazione degli attori diretti e indiretti coinvolti nell’attuazione dei programmi di educazione sessuale. Gli educatori sono coinvolti nella trasmissione dei contenuti e necessitano di una formazione completa per affrontare efficacemente argomenti sensibili. I professionisti sanitari, tra cui medici e psicologi, apportano competenze specialistiche e forniscono supporto qualificato, mentre i genitori sono incoraggiati a partecipare attivamente al processo educativo. I responsabili politici sono incaricati di creare e sostenere il quadro legislativo necessario per un’attuazione coerente nelle diverse regioni.
Le linee guida creano aree specifiche di intervento per i programmi educativi, divise in base all'età e ai livelli educativi. Questi includono aspetti biologici (comprensione dell’anatomia umana e della salute riproduttiva), emotivi (sviluppo della consapevolezza di sé, empatia e autostima), relazionali (costruzione di relazioni interpersonali sane, comprensione del consenso e competenze comunicative efficaci) e culturali (riconoscimento e rispetto delle norme sessuali e dei comportamenti diversi). L’obiettivo è affrontare lo sviluppo completo degli studenti, integrando queste dimensioni in un’esperienza di apprendimento coesa.
Le metodologie raccomandate sono progettate per essere interattive e partecipative, attraverso il coinvolgimento attivo degli studenti nel processo di apprendimento. Tecniche come discussioni, giochi di ruolo e attività di gruppo sono suggerite per facilitare una comprensione più profonda e la memorizzazione dei materiali. Le linee guida sottolineano la necessità di contenuti adeguati all’età, che possano evolvere con la maturità degli studenti garantendo un’educazione continua e completa.
In conclusione, fornendo linee guida strutturate e basate su prove concrete il documento mira a dotare i giovani delle conoscenze e competenze necessarie per affrontare il proprio sviluppo sessuale in modo sano e responsabile; rimarca l’importanza di un approccio collaborativo che coinvolga educatori, professionisti sanitari, genitori e decisori politici per garantire la corretta implementazione di questi programmi educativi; attraverso questi sforzi, da ultimo, si propone di promuovere una cultura del rispetto, del consenso e delle relazioni sane, proteggendo i giovani dagli effetti negativi di un approccio selvaggio alla propria sfera sessuale.
Endometriosi e diagnosi tardiva. Malattia invisibile o invisibilizzata?
L’endometriosi viene ora riconosciuta come una delle condizioni mediche più potenzialmente strazianti e distruttive mai registrate, che colpisce circa 1 donna, ragazza e persona trans su 10 in tutto il mondo. La patologia affligge tra gli 8 e i 9 milioni di persone negli Stati Uniti e circa 200 milioni in tutto il mondo.
Quando si parla di endometriosi spesso ci si trova a fronteggiare soltanto l’aspetto della patologia strettamente correlato alla sfera della fertilità e al desiderio di mettere in luce il desiderio di maternità che viene associato, pressoché in modo automatico, alle donne o alle persone socializzate come tali. Non abbiamo nessun dato reperibile sul ritardo diagnostico in Italia per quanto riguarda le persone con utero quindi ci troviamo costretti a leggere dati non comprensivi di una fetta importante di pazienti.
Ad oggi il ritardo diagnostico medio dell’endometriosi in Italia è di circa undici anni. A questa stima è necessario inoltre aggiungere quattro ulteriori anni nelle pazienti che manifestano l’esordio della sintomatologia dolorosa prima dei vent’anni.
Quando ci si confronta con patologie croniche che impattano considerevolmente sulla qualità della vita la diagnosi è fondamentale per poter individuare quale trattamento possa tenere meglio, e nel lasso di tempo più breve possibile, la sintomatologia sotto controllo in quanto la terapia non sortirà lo stesso risultato se somministrata a stato di salute complessivo compromesso.
Ma quali sono le reali ragioni dietro il ritardo diagnostico di questa patologia?
Prima di tutto la scarsa conoscenza della stessa, che non si riscontra solo nei medici di base ma anche, sfortunatamente, nell’ambito della ginecologia.
A questo fenomeno di per sé già inaccettabile si affianca la tendenza sistematica alla minimizzazione del dolore quando a manifestarlo è una persona con utero. Il dolore femminile storicamente è stato considerato come sintomo di un’eccessiva sensibilità o additato, se pensiamo alle patologie connesse alla salute mentale, come un semplice capriccio. Il binomio donna e sofferenza affonda le sue radici nell’espressione moltiplicherò la sofferenza delle tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore che sembra aver gettato le fondamenta perfette per una tendenza a normalizzare la sofferenza provata da un’intera categoria di persone.
Le mestruazioni non dovrebbero MAI causare un dolore debilitante e a maggior ragione non dovrebbero impedire di svolgere le normali attività quotidiane. Quando questo accade ci dovrebbe essere una risposta preparata da parte del personale sanitario e non un muro di silenzio e di mancanza d’ascolto e di empatia nei confronti delle pazienti.
L’assenza di consapevolezza ha come effetto collaterale anche l’assenza di un numero di centri specializzati nel trattamento della patologia proporzionato alla richiesta, che porta a un ulteriore scoglio nell’ottica di un approccio multidisciplinare alla condizione. L’endometriosi è una patologia multiorgano e di conseguenza è necessario non ridurla a una condizione che interessa strettamente l’utero. Il tessuto simil endometriale è stato trovato in numerosi organi tra cui possiamo citare, oltre ai più “ovvi” utero ed ovaie anche i reni, i polmoni, il diaframma, il fegato, il cuore e il cervello.
Quale può essere dunque una possibile risposta al ritardo diagnostico sistematico?
Innanzitutto, lavorare sullo stigma che avvolge le patologie considerate femminili ma che nella realtà possono colpire tutte le persone con utero; in secondo luogo far sì che vengano destinati fondi alla ricerca per coloro che soffrono della patologia, in quanto, allo stato attuale delle cose, l’endometriosi non ha una cura ma solamente terapie di supporto.
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