Vulvodinia: sintomi, diagnosi, paure
La vulvodinia è un disturbo dei genitali femminili a livello esterno (vulvare) o interno (vestibolare). Viene descritta come un fastidio, bruciore, o dolore persistente che colpisce la zona vulvo-vaginale, senza un apparente motivo e spesso senza nessuna lesione particolare dei tessuti a dimostrarlo. Spesso può portare ad avere rapporti sessuali dolorosi o persino insopportabili, e può comportare cambiamenti nella propria routine per sopportare il dolore nel quotidiano.
Le cause possono essere molteplici: contratture del pavimento pelvico; frequenti infezioni micotiche; predisposizione genetica; traumi di vario tipo ai tessuti.
La prima definizione di vulvodinia è stata data nel 1880 dal dottor T. G. Thomas, ma nonostante nei manuali ginecologici figuri da tempo al giorno d’oggi sembra essere una patologia quasi del tutto sconosciuta. Si stima infatti che colpisca circa una donna su sette, ma i ritardi nella diagnosi sono all’ordine del giorno.
Spesso le persone che ne soffrono vivono un calvario di invalidazione del proprio dolore, perché alcunɜ dellɜ specialistɜ a cui ci si rivolge, non conoscendo a fondo la malattia, arrivano a dire allɜ pazienti frasi come “Forse non hai trovato il partner giusto”, oppure “Prova a bere un bicchiere di vino prima di avere rapporti”, o fare domande come “Non ti piace fare sesso?”, “Ti vergogni del tuo corpo quindi sei tesə?”, portando lɜ stessɜ pazienti a dubitare del proprio dolore o a sentirsi non comprese, perdendo fiducia nei confronti del personale medico-sanitario che dovrebbe essere in prima linea per aiutarlɜ.
Per fortuna, però, sul territorio italiano sono presenti alcunɜ specialistɜ che negli anni hanno studiato a fondo la malattia e si mettono a disposizione quotidianamente per aiutare chi ne soffre, anche gratuitamente, tramite vari siti presenti online: Cistite.info APS; Associazione Italiana Vulvodinia; vulvodinia.online.
Essendo una malattia “invisibile” la diagnosi non è molto semplice: l’unico test che per ora è in grado di individuarla è lo “swab test” (test del cotton fioc), che consiste nell’utilizzare un bastoncino di legno con la punta in cotone per toccare delicatamente l’area dei genitali esterni, chiedendo allə paziente di avvisare quando sente dolore. In questo modo si possono individuare i cosiddetti “trigger point”, ovvero i punti in cui lə paziente prova più sensibilità, così da poter trattare il dolore localizzato.
Le tipologie di trattamento sono molteplici: il laser; le iniezioni localizzate; la riabilitazione del pavimento pelvico; l’uso di macchinari per effettuare trattamenti come la TENS (Stimolazione Elettrica Nervosa Transcutanea) o l’elettroporazione che, attraverso l’utilizzo interno di sonde, trasmettono delle “onde” ai tessuti per ammorbidire le contratture o per permettere ai farmaci locali di penetrare più in profondità.
Oltre a essere una malattia invalidante dal punto di vista fisico, perché il dolore continuo e martellante induce chi ne soffre a modificare il suo stile di vita per poter trarre un minimo di sollievo e non appesantire troppo ogni giornata, la vulvodinia porta con sé anche dei risvolti mentali non indifferenti: dallɜ specialistɜ che invalidano il dolore, a partner privɜ di sensibilità che potrebbero non comprendere la situazione e far sentire la persona che ne soffre inadeguata, a livello psicologico è una situazione difficile da affrontare e chi non la vive non potrà mai comprendere a fondo cosa si prova.
È quindi importante fare chiarezza e sensibilizzare il più possibile sull’argomento per permettere alle generazioni future di avere gli strumenti che evitino loro la sofferenza mentale e il ritardo diagnostico a cui moltissime persone sono state sottoposte e per fornire un aiuto concreto a chi tutt’ora ne sta soffrendo, perché solo parlando si possono sconfiggere paure e tabù e ci si può sentire capitɜ.
Rivoluzione clitoridea: ripensare la sessualità femminile
La sessualità femminile è stata, per secoli, plasmata e limitata da stereotipi e credenze del sistema patriarcale. Uno degli esempi più evidenti è l’idea diffusa che il rapporto sessuale sia, per definizione, penetrativo. Questo presupposto ha relegato il piacere femminile a un ruolo marginale rispetto a quello maschile, non considerando che per molte donne l’orgasmo è legato maggiormente alla stimolazione della clitoride piuttosto che alla penetrazione.
La clitoride è una parte dell’apparato genitale femminile apparsa nei trattati anatomici già nel Cinquecento, e al centro di una disputa tra Colombo (non Cristoforo) e Falloppio su chi l’avesse scoperta prima. Non ha alcuna utilità dal punto di vista riproduttivo, ma se stimolata nel modo corretto può portare all’orgasmo.
Già negli anni Settanta figure di spicco del movimento femminista come Anne Koedt e Carla Lonzi hanno sfidato le teorie dominanti. Koedt, con il suo “The Myth of the Vaginal Orgasm” (1968), e Lonzi, con “La donna clitoridea e la donna vaginale” (1971), hanno denunciato la subordinazione del piacere femminile ai desideri maschili. Entrambe criticavano medici e psicanalisti che sostenevano la teoria per cui le donne che non raggiungevano l’orgasmo tramite la penetrazione presentavano dei disturbi e non erano in grado di assolvere al proprio ruolo di mogli. Koedt criticava apertamente Sigmund Freud che aveva sostenuto l’idea di due orgasmi femminili, clitorideo e vaginale, descrivendo il primo come immaturo e legato a una fase infantile e il secondo come maturo e adatto a una donna.
Le ricerche successive hanno dimostrato che l’orgasmo femminile è fortemente legato alla clitoride, indipendentemente dalla fase della vita, ridefinendo così non solo i rapporti tra donne e uomini, ma anche il rapporto delle donne con sé stesse e con le altre.
Secondo Koedt e Lonzi riconoscere il ruolo centrale della clitoride cambia radicalmente la visione del sesso. Se la donna non necessita della penetrazione per raggiungere l’orgasmo si sgretolano le fondamenta stesse della dominazione sessuale maschile. Non si tratta di demonizzare la penetrazione o i rapporti eterosessuali ma di ampliare il concetto di sessualità, liberandolo dai vincoli di pratiche sessiste e stereotipate.
Ancora oggi è necessario continuare a discutere di questa problematica, come ha fatto Catherine Malabou in “Le Plaisir effacé. Clitoris et pensé” (2020) dove ha sottolineato come in Francia, ad esempio, fino al 2019 quest’organo non venisse nemmeno menzionato nei libri di testo scolastici. La clitoride, dunque, è stata per lungo tempo ignorata anche nei contesti educativi.
Malabou invita a riconsiderare innanzitutto il linguaggio: suggerisce, infatti, proprio all’inizio dell’opera, che la parola “clitoride” venga usata al genere femminile per una presa di posizione e per rivendicare la centralità della clitoride nella sessualità femminile. Jennifer Guerra, nella prefazione alla traduzione italiana dell’opera, sottolinea anche che le attestazioni più antiche del termine lo indicano come femminile. Malabou, inoltre, rivoluziona anche il pensiero culturale che ruota intorno alla sessualità criticando l’approccio tradizionale che ha descritto la clitoride come un “pene interno”, riducendola a una versione incompleta di un organo maschile e perpetuando un’idea di inferiorità. Oggi la clitoride deve essere ridefinita e considerata come un soggetto a sé stante.
Ridefinire la sessualità riscoprendo la clitoride significa abbandonare le convenzioni patriarcali, superare le pratiche tradizionali, che spesso non consentono il raggiungimento del piacere reciproco, ed elaborare un modello più inclusivo e paritario. Questo implica anche un ripensamento dell’istituzione eterosessuale dove la sessualità femminile non sia subordinata all’anatomia e ai desideri dell’altra persona. Tuttavia, come ben hanno sottolineato Koedt, Lonzi e Malabou, il cammino verso una vera liberazione sessuale è ancora lungo.
Le teorie femministe ci dimostrano che la sessualità femminile, riscoperta e rivalutata, non è solo una questione di piacere personale ma un potente strumento di emancipazione sociale e culturale. Continuare a parlarne, abbattendo tabù e stereotipi, è un passo fondamentale verso una società più equa.
Pornografia: superando gli stereotipi
Parliamoci chiaro: quando trattiamo l’argomento della pornografia è davvero facile sottolineare i suoi lati negativi, eppure, al di là dei suoi aspetti controversi, la pornografia può avere impatti positivi significativi per quanto riguarda l’educazione sessuale, l’inclusività, la dinamica delle relazioni e l’accettazione di sé.
Oggi voglio fornire una panoramica che spiega come, con un approccio etico e consapevole, la pornografia possa contribuire a una maggiore comprensione della nostra vita intima e del modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri.
Non solo cicogne
Per molti giovani, la pornografia rappresenta una primissima fonte di informazioni relative l’ambito sessuale, offrendo una panoramica più ampia e diversificata della sessualità rispetto a quella che si trova in programmi di educazione sessuale tradizionali (ove presenti), che si concentrano di solito su concetti di base come l’anatomia, la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST) e l’astinenza. Spesso questi programmi trascurano elementi importanti come il consenso, il piacere, la comunicazione e la rappresentazione di identità LGBTQ+. La pornografia può colmare alcune di queste lacune, mostrando vari scenari relazionali in cui si esplorano intimità consensuali e rispettose.
Il porno rappresenta infatti un modo per esplorare la sessualità in un contesto privo di tabù e in solitudine, lontani da occhi indiscreti e giudizi non richiesti. L’ampio spettro di contenuti disponibili permette a chi guarda di scoprire e comprendere meglio le proprie preferenze e desideri.
Nei media tradizionali le identità LGBTQ+ spesso ricevono una rappresentazione superficiale o stereotipata, con il rischio di influire negativamente sull’autostima di chi guarda. La pornografia, invece, può offrire uno spazio più autentico e positivo, in cui le esperienze queer vengono raccontate senza filtri o cliché. Vedere rappresentazioni che rispecchiano le proprie esperienze e identità può aiutare molte persone LGBTQ+ a sentirsi comprese e accettate, trovando nella comunità un senso di appartenenza e di legittimazione.
L’ascesa della pornografia etica e queer, che si focalizza sul consenso e sul piacere reciproco, offre rappresentazioni che aiutano le persone LGBTQ+ a vivere la propria identità in modo più sereno. Questo tipo di pornografia sfida anche gli stereotipi e le rappresentazioni oppressive della sessualità, promuovendone un’idea più inclusiva, autentica e rispettosa delle diversità.
Relazioni e Intimità
Contrariamente alla percezione comune, la pornografia può avere effetti positivi persino nelle relazioni. Può rappresentare un’occasione per le persone di parlare apertamente dei propri desideri, fantasie e confini in un ambiente sicuro e non giudicante. Questa pratica può avvicinare ə partner, creando spazi per conversazioni intime che potrebbero altrimenti risultare difficili o imbarazzanti.
Inoltre, la pornografia offre un’ampia varietà di scenari, stili e dinamiche che possono aiutare le persone a mantenere viva la passione e uscire dalla routine. Le relazioni che condividono esperienze di questo tipo tendono a sviluppare una maggiore apertura, comprensione e accettazione delle preferenze reciproche, favorendo una comunicazione sincera e una maggiore intimità emotiva. La pornografia, quindi, può funzionare come mezzo per rafforzare il legame affettivo e migliorare la qualità della relazione.
Different is beautiful
Molte preferenze sessuali rimangono tabù nella società moderna, generando sentimenti di vergogna e stigma. Questo può portare alcune persone a nascondere i propri desideri o a sentirsi inadeguate rispetto alle aspettative sociali. La pornografia, con la sua vasta rappresentazione di pratiche e preferenze, offre un’opportunità di normalizzazione per vari gusti e inclinazioni, riducendo lo stigma e aiutando le persone a sentirsi a proprio agio con la propria sessualità.
Pratiche come il BDSM, le relazioni non monogame e i feticismi, ad esempio, hanno trovato nella pornografia uno spazio di espressione che, pur rimanendo controverso per alcuni, contribuisce a mostrare che esistono molteplici modi di vivere la sessualità. Per chi si riconosce in queste pratiche la rappresentazione pornografica può avere un effetto di “normalizzazione”, aiutando a ridurre il senso di colpa e a migliorare la fiducia in sé stessi.
Alla scoperta di sé
Per molte persone, la pornografia è un mezzo sicuro e privato per esplorare i propri interessi e preferenze sessuali. Questo è particolarmente utile per chi affronta barriere— fisiche, emotive o sociali—che rendono difficile vivere queste esperienze nella vita reale. Ad esempio, chi soffre di ansia sociale, disabilità fisiche o isolamento geografico può trovare nella pornografia un modo per vivere la propria intimità, esplorare senza giudizio i propri desideri e sentirsi più accettatə in relazione ad una più ampia rappresentazione della diversità umana.
Esplorare la sessualità in modo autonomo può avere benefici psicologici importanti, come la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima. Questo outlet privato consente anche di esplorare preferenze e curiosità che potrebbero essere difficili da condividere o discutere apertamente, rendendo la pornografia uno strumento di auto-esplorazione e di supporto alla salute mentale.
“Vecchiə” a chi?
La sessualità, contribuendo al benessere fisico ed emotivo, rimane una parte fondamentale della vita anche con l’avanzare dell’età. La pornografia può rappresentare uno strumento utile per mantenere una vita sessuale attiva e soddisfacente. In un contesto privato e senza pressioni, le persone più anziane possono esplorare nuove preferenze e mantenere la propria intimità, rispondendo ai cambiamenti fisici e psicologici legati all’invecchiamento.
Per molti adulti in età avanzata guardare pornografia rappresenta una fonte di stimolazione e connessione e fornisce un modo discreto e sicuro per godere della propria sessualità. La pornografia può anche offrire una via per affrontare difficoltà comuni connesse al procedere degli anni, come la riduzione del desiderio o i problemi legati a erezione o lubrificazione, mantenendo così una certa continuità e soddisfazione nella propria vita sessuale.
Un consumo consapevole
Sebbene la pornografia possa offrire numerosi benefici, è essenziale adottare un approccio consapevole e critico. Promuovere un consumo etico, scegliendo contenuti che rispettino il consenso, la diversità e il benessere dəi performer, può portare a esperienze più positive e salutari. È anche importante riconoscere che la pornografia non deve sostituire l’educazione sessuale o le esperienze reali, ma piuttosto integrarle, aggiungendo valore alla comprensione di sé e della propria sessualità.
Abbracciando una visione bilanciata della pornografia, riconoscendone i limiti, possiamo apprezzare i suoi contributi positivi alla nostra vita. Con un consumo maturo e rispettoso, la pornografia può diventare un mezzo per ampliare i nostri orizzonti, rafforzare le nostre relazioni e promuovere una cultura di accettazione e inclusività.
Purtroppo dietro i benefici della pornografia si nascondono ombre importanti, aspetto di cui parleremo in futuro.
Le mutilazioni genitali femminili
Secondo una definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le pratiche di mutilazioni genitali femminili (MGF) comportano “la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre alterazioni agli organi genitali, eseguite per motivi culturali o altre ragioni non terapeutiche”.
Le pratiche di MGF sono suddivise, sempre dall’OMS, in quattro principali tipi: il primo prevede la rimozione parziale o totale del glande clitorideo e/o del suo prepuzio; il secondo consiste nella rimozione parziale o totale del glande clitorideo e delle piccole labbra, con o senza rimozione delle grandi labbra; il terzo include l’infibulazione, che restringe l’apertura vaginale attraverso la creazione di un “sigillo”, tagliando e riposizionando le piccole o grandi labbra e, talvolta, praticando cuciture; il quarto tipo comprende procedure dannose come incisioni, raschiature e perforazioni effettuate a scopo non medico.
Eseguita in condizioni primitive e insalubri, nella maggior parte dei casi senza anestesia, la MGF può provocare dolori acuti, emorragie e gonfiore, rendendo talvolta impossibile urinare o defecare. A lungo termine può portare a infezioni pelviche croniche, infezioni del tratto urinario, infertilità, e complicazioni durante il parto sia per le madri che per i bambini. L’orrore di questi interventi, inclusa, nella maggior parte dei casi, la costrizione fisica contro la volontà, ha un impatto duraturo sulla vita di molte donne. È fondamentale sottolineare che non ci sono benefici per la salute associati a queste pratiche, che non sono necessarie dal punto di vista medico né approvate dall’OMS, dalla maggior parte dei governi o dalle associazioni mediche di rilievo.
A livello internazionale, queste pratiche sono riconosciute come violazioni dei diritti umani in quanto mettono in pericolo la salute, la sicurezza e l’integrità fisica delle donne, negando loro il diritto di essere libere da torture e trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Rappresentano inoltre una minaccia per il diritto alla vita, poiché pratiche così pericolose possono portare alla morte delle giovani coinvolte.
Si stima che, tra le donne in vita al mondo, oltre 230 milioni abbiano subito tali interventi, con conseguenze devastanti sulle loro vite. 3 milioni di giovani ragazze e bambine sono a rischio di essere mutilate ogni anno. Queste pratiche ad oggi si verificano in 31 Paesi, in particolare in Africa, Asia e Medio Oriente. Inoltre, tra 1 e 2 milioni di donne vittime di MGF si trovano nei Paesi di immigrazione, tra cui Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Secondo dati UNICEF, i Paesi in cui la MGF è perpetrata in misura maggiore, come è possibile osservare dalla mappa, sono Somalia e Djibouti (98%), Egitto e Guinea (96%), Sierra Leone (94%), Mali (92%) e Sudan (90%).
Non è facile risalire all’origine della MGF, ma alcuni studiosi hanno suggerito che l’usanza possa provenire dall’Antico Egitto o il Sudan. Altri sostengono invece che la pratica abbia radici nell’Antica Roma, dove veniva imposta alle schiave per prevenire gravidanze e relazioni sessuali. L’aumentata diffusione della MGF ha portato a considerare che essa si sia propagata da “centri originali”, fondendosi con rituali di iniziazione preesistenti per uomini e donne.
Le ragioni per cui la MGF viene praticata oggi sono un mix complesso di fattori culturali, religiosi e sociali che operano all’interno di famiglie e comunità. Secondo l’OMS, lì dove la MGF è considerata una convenzione sociale la pressione a conformarsi rappresenta una motivazione forte e persistente per continuare questa pratica. Spesso queste pratiche sono viste come necessarie all’educazione delle bambine e delle giovani ragazze, in particolare per prepararle al matrimonio e all’età adulta.
Una spinta ulteriore verso queste pratiche è data da numerose credenze radicate relative a comportamenti sessuali considerati appropriati e la connessione a degli ideali culturali di femminilità, purezza sessuale e modestia. Queste pratiche rendono certamente i rapporti sessuali estremamente complicati e dolorosi, proprio per questo quando una giovane donna ha subito una pratica di MGF si da per scontato che si asterrà da qualsiasi attività sessuale. Si tratta di un potente strumento di controllo sul corpo delle donne, di controllo sul loro desiderio sessuale, la loro cosiddetta “verginità” e la loro fedeltà. A questo proposito, la scrittrice senegalese Aoua B. Ly-Tall, nel suo libro “La pratica delle mutilazioni genitali femminili”, definisce queste pratiche aberranti come “Pratiche adottate dal patriarcato, che le utilizza da secoli come strumento di controllo del corpo e della sessualità delle donne sotto cieli diversi”.
Sebbene le comunità che praticano le MGF avanzino diverse motivazioni per giustificarle, la religione è spesso una delle prime risposte fornite. In Mali, per esempio, il 64% delle donne considera le MGF un imperativo religioso, così come il 57% delle donne in Mauritania e il 49% delle donne in Egitto. Importante è sottolineare che le pratiche MGF, non sono imposte da alcuna religione. Tuttavia, vengono percepite come un rito religioso da numerosi gruppi e le posizioni dei leader religiosi a questo proposito variano notevolmente: alcuni promuovono la pratica, altri la considerano irrilevante, altri ancora si adoperano per la sua eliminazione.
Queste pratiche vengono erroneamente considerate, alle volte, come “una pratica musulmana”, tuttavia sono comuni anche nelle comunità cristiane, animiste ed ebree. In Eritrea, per esempio, il 98% delle donne musulmane ha subito una MGF, ma così anche l’88% delle donne cattoliche e l’84% delle donne appartenenti ad altre comunità religiose. In Niger, Tanzania e Nigeria, le mutilazioni genitali femminili sono più diffuse nelle comunità cristiane che in qualsiasi altro gruppo religioso. Non solo le MGF non sono un atto richiesto dall’Islam, ma sono anche in contraddizione con comandamenti ben noti delle fonti di diritto islamico e i diritti umani riconosciuti dall’Islam: il diritto alla vita, all’integrità fisica, al piacere sessuale della donna all’interno del matrimonio.
In connessione con la religione, possiamo affermare che le MGF sono percepite come un modo per conformarsi alle esigenze religiose di moralità e castità. Allo stesso modo, il matrimonio occupa un posto importante nelle dottrine delle religioni monoteiste. Poiché le MGF sono legate all’idea di idoneità al matrimonio di una ragazza o di una donna, esse si presentano nuovamente come un modo per rispettare il percorso tracciato dalle norme religiose.
In numerose comunità, la MGF è vista come una tradizione culturale, aspetto spesso utilizzato come giustificazione per la sua continuazione. In alcune società è emersa una recente adozione della MGF legata all’imitazione delle tradizioni di gruppi vicini o come parte di un movimento più ampio di revival religioso o tradizionale. Inoltre, la MGF può diffondersi tra nuovi gruppi che si trasferiscono in aree in cui la popolazione locale già la pratica.
Questa complessità di motivazioni culturali, religiose e sociali rende difficile un’azione efficace di sensibilizzazione e cambiamento. È fondamentale promuovere l’educazione e la consapevolezza riguardo le conseguenze dannose della MGF, non solo per abbattere le tradizioni nocive, ma anche per supportare le donne e le ragazze nelle loro scelte. Solo attraverso l’educazione e la sensibilizzazione, coinvolgendo non solo le donne ma anche gli uomini, spesso i primi a perpetuare le MGF all’interno delle loro comunità, si potrà lavorare per diminuire gradualmente questa pratica.
Infine, affinché si possa attuare un cambiamento duraturo è imprescindibile il coinvolgimento delle comunità locali e il rispetto delle loro culture. Le strategie devono essere sensibili e adattate ai contesti culturali specifici, per garantire che il messaggio contro le MGF venga accolto e accettato.
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