L’educazione sessuoaffettiva: una priorità per il nostro futuro
L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa in cui l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria. Questa lacuna non è solo un fallimento istituzionale, ma una chiara occasione persa per costruire una società più inclusiva, rispettosa e consapevole. Mentre nazioni come la Svezia hanno reso obbligatoria questa materia già dal 1955, il nostro Paese resta ancorato a modelli educativi arretrati, incapaci di rispondere alle esigenze di una realtà sempre più complessa e diversificata.
Ma cosa significa realmente educazione sessuoaffettiva?
Non si tratta solo di fornire informazioni sulla sessualità o sulla prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili. È molto di più: è un percorso di consapevolezza che abbraccia salute mentale, intelligenza emotiva e la capacità di costruire relazioni basate sul rispetto e sull’uguaglianza. È uno strumento per decostruire stereotipi, prevenire violenze e promuovere il benessere individuale e collettivo.
Un’educazione che parte dalla scuola
Il sistema scolastico italiano, purtroppo, riflette le disuguaglianze che permeano la società. Laddove i corsi di educazione sessuoaffettiva sono presenti, sono spesso iniziative sporadiche e lasciate alla discrezionalità di singole scuole o insegnanti. Questo crea un’enorme disparità tra studenti di diverse regioni e contesti sociali.
È fondamentale introdurre un programma nazionale obbligatorio e strutturato. Tale programma dovrebbe prevedere almeno incontri mensili nelle scuole di primo e secondo grado, condotto da personale qualificato: non solo esperti in ambito sanitario e psicologico, ma anche professionisti della sociologia, dell’assistenza sociale e dei diritti umani.
Un approccio inclusivo deve inoltre coinvolgere non solo gli studenti, ma anche gli insegnanti, il personale scolastico e i genitori.
La formazione del corpo docente è essenziale per creare un ambiente sicuro e inclusivo, mentre il dialogo con le famiglie può contribuire a superare tabù e resistenze culturali, costruendo una comunità educativa coesa.
Cittadinanza attiva e consapevolezza sociale
Un programma di educazione sessuoaffettiva ben strutturato è un pilastro fondamentale per promuovere una cittadinanza attiva. Attraverso un approccio multidisciplinare e integrato, i giovani imparano a riconoscere e rispettare le differenze, a comunicare in modo assertivo e a costruire relazioni basate sull’empatia e sul consenso. Questo non solo combatte fenomeni come il bullismo e la violenza di genere, ma favorisce una maggiore consapevolezza dei diritti individuali e collettivi.
L’educazione sessuoaffettiva può inoltre stimolare i giovani a partecipare attivamente alla vita sociale e politica delle loro comunità. Un esempio concreto è l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione e la promozione di politiche inclusive. Questi percorsi educativi aiutano a creare una generazione di cittadini responsabili, pronti a contribuire al benessere collettivo.
Un progetto per il cambiamento
Con l’intento di sopperire all’immobilismo istituzionale, nasce il progetto Italy Needs Sex Education, che unisce persone, associazioni e realtà impegnate nella promozione di una società inclusiva e consapevole.
Il progetto prevede una fase di sensibilizzazione attraverso eventi e campagne di comunicazione, seguita da momenti di dialogo con le istituzioni per spingere verso una riforma concreta del sistema educativo.
L’obiettivo è chiaro: rendere l’educazione sessuoaffettiva una priorità nazionale. Non si tratta solo di garantire un diritto fondamentale, ma di costruire le basi per una società più equa, dove ogni individuo possa vivere liberamente e senza paura di discriminazioni.
Una società decostruita e partecipativa
L’educazione sessuoaffettiva rappresenta un ponte verso una società decostruita, libera da oppressioni come il sessismo, l’omofobia e il razzismo. Attraverso un approccio olistico, aiuta a scardinare pregiudizi e stereotipi, promuovendo una cultura collettiva basata sulla diversità e sull’accettazione.
In un contesto urbano, questo si traduce in città più inclusive, dove spazi pubblici, politiche e servizi rispondono alle esigenze di tutti i cittadini. Una città consapevole non è solo un luogo fisico, ma uno spazio sociale dove ogni individuo si sente accolto e valorizzato.
Questo è il futuro che possiamo costruire insieme, partendo dall’educazione. Un cambiamento è possibile, ma dipende da ognuno di noi. Il momento di agire è ora.
Hai mai visto un ragazzo e un consultorio nella stessa stanza?
In un modo o nell’altro, quasi tuttɜ ci siamo trovatɜ a interfacciarci con la parola “consultorio”, che sia su TikTok, Instagram, gli spazi transfemministi o il sito dell’ente sanitario regionale di riferimento in un momento di confusione (e forse, paura).
Per dare un po’ di contesto storico, i Consultori familiari vengono istituiti nel 1975, prendendo il posto dell’ONMI (Opera nazionale maternità e infanzia) costituito in epoca fascista con lo scopo di tutelare i diritti di madri e bambini e di facilitare la crescita demografica del nostro Paese. L’ONMI operava anche in campo sanitario con cure per le gestanti, seguite dalle prime settimane di gravidanza fino a parto e puerperio, e profilassi per infanti e adolescenti, dall’igiene scolastica alla profilassi antitubercolare.
Il testo della legge 405/75 (e successive integrazioni), che istituisce “il servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità”, prevede come obiettivi principali quelli di assistenza fisica e psicologica alla maternità e paternità, alla salute femminile e del prodotto del concepimento e di sensibilizzazione alla procreazione responsabile. Successivamente, il testo viene modificato per rendere obbligatoria da parte dei consultori anche l’assistenza all’adozione.
La situazione reale ai nostri giorni, però, è ben diversa da quella messa per iscritto. Trattandosi di una realtà gestita non dal Servizio Sanitario Nazionale (come gli ospedali) ma da quello regionale, ogni regione o perfino città può prevedere la distribuzione aggiuntiva di servizi oltre quelli obbligatori per legge. Per questo, i Consultori familiari sono diventati il punto di riferimento per consentire l’applicazione della legge 194/78 (che regola le norme sull’interruzione volontaria di gravidanza), ma anche per effettuare la profilassi di malattie e infezioni sessualmente trasmissibili e fungono anche come punto di ascolto per adolescenti e minori, che possono accedere alle cure dei consultori senza bisogno della presenza di un genitore, come accade invece nelle strutture sanitarie nazionali, e nel totale anonimato.
L’accesso alle cure sessuali e riproduttive anonime per gli adolescenti è un diritto fondamentale, e mentre nella situazione femminile il diritto può essere esercitato (seppur spesso con grandi limitazioni a causa, principalmente, di quelli che si definiscono “obiettori di coscienza”), l’accesso alle cure intime per gli adolescenti di sesso maschile non è quasi mai previsto.
Ci sono delle eccezioni, ovviamente, ma al contrario delle cure femminili previste in ogni Consultorio familiare, un adolescente di sesso maschile che si trova a necessitare di cure anonime può avere molta difficoltà ad accedervi ed essere quindi obbligato a una visita al pronto soccorso più vicino, dove l’anonimato non è garantito.
Potrebbe venire naturale chiedersi quale sia il bisogno reale di cure anonime in situazioni sicuramente meno delicate di quelle di una gravidanza, ma la risposta è abbastanza semplice: l’adolescenza è un periodo evolutivo estremamente delicato, dove l’imbarazzo per ciò che ci accade è naturale e frequente. L’imbarazzo però, può risultare pericoloso, portando a casi di infezioni sessualmente trasmesse (IST) ignorate nella speranza che “passino da sole” o con la convinzione che dolori e fastidi siano sopportabili. La procrastinazione può portare a un aggravamento importante dell’IST e, potenzialmente, anche a un danno a lungo termine per quanto riguarda la salute riproduttiva dell’individuo.
La mancanza di educazione sessuale obbligatoria nel nostro Paese, poi, impatta gravemente sulle vite degli adolescenti, che non conoscono le pratiche più sicure per avere rapporti sessuali, quali forme di rapporti possano avere ripercussioni sulla salute (spoiler: tutte) o il fatto che alcune IST possano essere contratte anche senza avere un rapporto sessuale, come da un bagno pubblico, privato o persino da un bagno al mare, se parliamo di infezioni micotiche.
È importante sensibilizzare gli adolescenti in età più giovane, che spesso si affacciano al mondo del sesso con superficialità e ignoranza, così che possano provare meno imbarazzo possibile per quanto riguarda la propria salute riproduttiva. Al tempo stesso, è assolutamente normale provare dell’imbarazzo parlando di sesso con figure adulte di riferimento.
L’imbarazzo, però, può essere pericoloso e avere gravi ripercussioni nel caso di infezioni o malattie importanti. È il caso del famigerato HIV, il patogeno responsabile della malattia dell’AIDS.
Nel nostro Paese gli adolescenti di ambo i sessi sono un gruppo a rischio, ed è importante che gli Enti Sanitari Regionali si mobilitino per garantire loro parità di accesso alle cure sessuali e riproduttive: ogni anno un adolescente su venti contrae una IST, se escludiamo dal conteggio le infezioni virali, e la maggior parte di infezioni da HIV avviene nella fascia d’età 15-24.
Una carenza sanitaria del genere non fa altro che contribuire all’aumento di questi numeri, che in caso di un aggravamento importante possono sfociare in vere e proprie epidemie. Dal 1982, infatti, l’Istituto Superiore di Sanità conta più di settantamila casi di AIDS in Italia, e ogni anno le diagnosi di AIDS crescono, contando una maggioranza di pazienti di sesso maschile (il 76%).
È responsabilità delle nostre istituzioni riconoscere che le necessità sono cambiate dall’approvazione della legge 405/75 e di conseguenza aggiornare il sistema di assistenza. Le incidenze di IST in Italia sono di gran lunga superiori nelle persone di sesso maschile, fattore che dimostra una carenza importante nelle procedure di profilassi e la necessità di educazione e prevenzione attraverso l’approvazione dell’educazione sessuoaffettiva come materia curriculare nei percorsi di istruzione.
L’accesso al consultorio rappresenta, per un adolescente, la possibilità di ricevere l’assistenza di cui ha bisogno senza sentirsi giudicato o in imbarazzo. Riconoscere di avere un problema e di dover chiedere aiuto per risolverlo rappresenta un’assunzione di responsabilità e una dimostrazione di maturità che, come società, dovremmo supportare.
Revenge porn un corno!
Stavo leggendo uno dei miei regali di Natale, Spezzate - Perché ci piace quando le donne sbagliano di Judy Ellison Sady Doyle, quando uno specifico spezzone ha catturato la mia attenzione:
Non è la prima volta che il termine “revenge porn” viene utilizzato, e spiegato, nel modo sbagliato, ignorando con una certa ingenuità proprio “revenge”, la “vendetta” come scopo della “diffusione di video o foto intimi”. L’obiettivo della condivisione messa in atto nel revenge porn è specifico: riportando le parole di Lucia Bainotti e Silvia Semenzin in Donne tutte puttane - Revenge porn e maschilità egemone, è una condivisione “commessa da parte di un ex partner come forma di vendetta, per punire una ex di fronte a una rottura”.
Quella per una definizione corretta è una battaglia condotta anche da Francesca Florio che, all’interno di Non chiamatelo revenge porn. Storie di vittime presunte colpevoli, racconta ed esamina alcune delle storie più chiacchierate sul tema e riporta come da tempo, ormai, si cerchi di sostituire la terminologia revenge porn con espressioni più adatte come non consensual pornography, “pornografia non consensuale” che però continua a contenere l’aspetto critico del richiamo alla pornografia, o image-based sexual abuse, “violenza sessuale basata su immagini”.
Ma cos’è quindi, davvero, quello che molti definiscono erroneamente “revenge porn”? Tornano in nostro soccorso Bainotti e Semenzin: si tratta di condivisione non consensuale di materiale intimo, denominazione che sottolinea come la colpa della diffusione non sia da dare alla vittima. Parlare di “revenge porn”, e quindi di una forma di pornografia, rischierebbe citando Florio di “contribuire alla cosiddetta vittimizzazione secondaria, oggettificando la vittima e alimentando lo stigma attorno alla sua sessualità violata, che verrebbe in questo modo indebitamente assimilata a un prodotto di intrattenimento per adulti, facendo così passare in secondo piano la dimensione criminale del fenomeno”.
Frequentavo le scuole medie quando la foto intima allo specchio di una mia concittadina ha cominciato a girare sui gruppi WhatsApp. Se ne è parlato per mesi, tra articoli di giornale che riportavano la questione in maniera confusa, professori che ci intimavano di non metterci nelle sue stesse condizioni e scritte nei bagni. Se ne è parlato per mesi e poi, gradualmente, l’interesse di tutti si è spostato altrove.
Ma frequentavo il liceo quando un mio compagno di classe ha ammesso di avere ancora quella foto, da qualche parte su chissà quale dispositivo, e come lui chissà quanti altri.
Cosa diremmo oggi, più di dieci anni dopo, di quella foto? Daremmo la colpa a lei o a un indeterminato numero di loro? Parleremmo di revenge porn o riusciremmo ad andare oltre, ad approfondire e mettere in discussione fino a riconoscere la violenza dietro la diffusione non consensuale?
Non ho mai parlato con lei, conosco il suo nome ma non ho modo di rintracciarla. Vorrei sapere come sta, se è arrabbiata o è riuscita a dimenticare, se qualcuno le è stato vicino o chi avrebbe dovuto proteggerla le ha voltato le spalle. Vorrei dirle, sperando che lo sappia bene lei per prima, che non era colpa sua.
Erotismo e libertà: il pensiero di Lou Andreas-Salomé
Lou Andreas-Salomé, figura centrale del pensiero femminista e psicoanalitico, nel suo libro "L’erotismo" (1910) affronta con coraggio i temi della sessualità, della differenza sessuale e della relazione tra maschile e femminile. La sua visione è interessante perché rappresenta un punto di incontro tra corpo, spirito e cultura, delineando l’erotismo come una forza vitale che non si esaurisce nel soddisfacimento delle pulsioni sessuali ma diventa espressione di libertà.
A differenza della tradizionale visione patriarcale che relegava al corpo femminile solo la funzione riproduttiva, Salomé ha ridefinito la differenza sessuale non come complementarità tra uomo e donna ma come un diverso modo di relazionarsi. Il femminile non è più il “continente nero” freudiano, oscuro e inquietante, bensì chiaro, unitario, indivisibile e autonomamente creativo. La donna costituisce un centro di autonomia creativa e diffusiva, non un oggetto di desiderio maschile. L’autrice sottolinea come le donne abbiano una relazione particolare con la vita, caratterizzata da una sintonia con il “Tutto” e che si traduce in una tensione tra corpo e spirito, tra amore erotico e vita intellettuale.
La donna ha, inoltre, un duplice ruolo come custode della vita e come individuo autonomo, approfondito da Salomé nel capitolo "Maternità". La maternità, afferma, non è solo un processo biologico ma una dimensione spirituale, un’esperienza di trasformazione profonda. La donna, secondo Salomé, è legata alla vita da un rapporto unico, radicato nella capacità di generare e nutrire. Tuttavia, l’autrice sfida l’idea che la maternità debba definire completamente l’identità femminile. Questo aspetto, infatti, può coesistere con un’espressione libera della sessualità e del desiderio, svincolata da ruoli sociali imposti. La maternità diventa così una metafora della creatività, un’energia che connette corpo e spirito e che non si esaurisce nella dimensione biologica. È un esempio di come l’erotismo, inteso come slancio vitale, possa esprimersi in molteplici forme, incluso l’atto di creare, nutrire e rigenerare.
Salomé smonta, inoltre, la nozione di complementarità tradizionale. Non esiste, secondo lei, una definizione fissa di uomo e donna basata su essenze naturali; piuttosto, la differenza sessuale si misura nel modo in cui ciascuno si relaziona agli altri.
Questa visione rappresenta un punto di rottura con le strutture binarie e propone un approccio più fluido e simbolico. Ogni individuo, sostiene Salomé, contiene in sé elementi maschili e femminili, in un continuo passaggio tra i due poli. La nostra identità sessuata, quindi, non è statica ma si evolve in una tensione dinamica tra corpo ed emozioni, tra inconscio e società.
L’erotismo, che non può essere ridotto a un semplice atto fisico o a un’espressione di pulsioni, è bensì un’esperienza che unisce corpo, psiche e società, ci consente, dunque, di superare il binarismo di genere e di riconsiderare la figura femminile. La vita erotica, afferma, si fonda sul principio di infedeltà intesa non come tradimento ma come apertura al cambiamento e al rinnovamento.
In un’epoca in cui la dissimmetria tra i sessi e la subordinazione della sessualità femminile persistono, il pensiero di Salomé ci invita a ripensare le relazioni in chiave più autentica e paritaria. L’eredità di Lou Andreas-Salomé non risiede solo nella sua capacità di smontare i paradigmi patriarcali, ma anche nella sua proposta di un rapporto più libero e gioioso con la vita e la sessualità.
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