Lo scorso 22 marzo, insieme all’Associazione Culturale Cassandra, abbiamo avuto il piacere e l’onore di ospitare tantissime personalità del mondo dell’educazione sessuoaffettiva alla Casa dei Giovani, il Centro di Aggregazione Giovanile del Municipio XV di Roma.
Abbiamo presentato con Nada Loffredi il libro “Gli svedesi lo fanno meglio” di Flavia Restivo, fondatrice di Italy Needs Sex Education, e dopo un breve firmacopie siamo tornatɜ sul tema.
Oltre alle nostre Caterina Ventura e Sabrina Vitale sono intervenutɜ anche Leon Picone, attivista di Associazione Libellula, ed Elisa Gardini, nutrizionista esperta nel trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare. La loro presenza e il loro impegno hanno reso questo evento un’occasione poliedrica per imparare gli uni dagli altri di un tema che ci sta particolarmente a cuore.
Siamo molto felici della riuscita dell’evento e della partecipazione: più di 50 persone sono venute per imparare, fare domande, contribuire con la loro esperienza e mangiare qualche pizzetta. Sì sa che a quelle non si dice mai di no!
Per chi è a Roma e in cerca di uno studio di costudying e coworking, lɜ nostrɜ amicɜ di Cassandra aprono le porte della Casa dei Giovani. Sul loro canale WhatsApp vengono indicati gli orari di apertura, oltre che tutti gli eventi ospitati lì!
Piccola guida per un aborto sicuro
In Italia, ogni anno migliaia di persone con utero affrontano una gravidanza indesiderata. Per tante di loro l’accesso all’IVG - l’interruzione volontaria di gravidanza - è un percorso difficile, lungo e complicato da lungaggini burocratiche, problemi economici e pregiudizi. Con questa piccola guida, il nostro obiettivo è portare un po’ di chiarezza riguardo ai principali step dell’interruzione di gravidanza in Italia.
Il test di gravidanza
Esistono vari modi per verificare se si ha una gravidanza in corso: analisi del sangue, ecografie, esami ormonali.
Il metodo più diffuso è sicuramente il test domestico urinario, di cui esistono svariati modelli in commercio e il cui prezzo si attesta tra i 5 e i 25 euro. Questo tipo di strumenti rileva la presenza dell’ormone Beta-HCG (gonadotropina corionica umana) nelle urine. Quando il test entra in contatto con l’urina di una persona incinta - tramite applicazione su una specifica area o immersione - è in grado di fornire una risposta in pochi minuti. Normalmente due linee informano della presenza di una gravidanza, mentre una sola linea della sua assenza, tuttavia ogni test include indicazioni chiare nel libretto illustrativo.
Nonostante sia consigliato fare il test con la prima urina del mattino, in quanto a maggior concentrazione ormonale, la maggior parte dei test funziona se adoperata in qualsiasi momento della giornata, purché l’urina non sia eccessivamente diluita.
Visita ginecologica
Se il test risulta negativo, ma il ritardo del ciclo persiste, meglio consultare il proprio medico.
Se il test risulta positivo, è utile prenotare il prima possibile una visita presso il proprio ginecologo. Chiunque, minorenne o maggiorenne che sia, può chiamare un consultorio e richiedere accesso all’IVG attraverso un percorso accompagnato. Le persone minorenni possono accedere a questo servizio anche senza dover preventivamente informare i propri genitori, che potranno poi essere coinvolti con il supporto di uno psicologo.
Se si ha un ginecologo, è utile - prima di qualsiasi passaggio ulteriore - informarsi sul suo eventuale stato di obiettore. Questo perché - se così dovesse essere - causerebbe ritardi nelle procedure abortive e potrebbe non rilasciare la documentazione necessaria. Obiezione Respinta ha creato una mappa degli obiettori in Italia per facilitare l’accesso a queste informazioni.
Certificazione, attesa e appuntamento in ospedale
La legge 194 prevede due tipi di accesso all’IVG: il metodo farmacologico e quello chirurgico. Quest’ultimo - poiché deve essere effettuato in anestesia generale o locale - è generalmente considerato più invasivo.
Una volta presa la decisione di ricorrere all’interruzione volontaria bisogna informare il ginecologo del consultorio o il proprio affinché rilasci una certificazione che permetta alla paziente di prenotare l’intervento di IVG presso una struttura ospedaliera. Questa certificazione, tuttavia, ha effetto a partire da 7 giorni dopo, un periodo di riflessione voluto dalla legge per permettere alla persona con utero di riconsiderare la propria decisione. Questo periodo può essere bypassato solo in casi di particolare urgenza.
Una volta passati i 7 giorni, si può prenotare il primo appuntamento in ospedale. Spesso in questo contesto viene svolto un ulteriore esame ginecologico e poi viene fissata una data per la prima somministrazione nel caso della procedura farmacologica, o per l’intervento nel caso della procedura chirurgica.
La procedura farmacologica
L’IVG si basa sull'assunzione di due principi attivi diversi: il mifepristone (meglio conosciuto col nome di RU486), che causa la cessazione della vitalità dell’embrione, e le prostaglandine, che ne determinano l’espulsione.
La prima somministrazione avviene tendenzialmente per via orale, in ospedale, è preceduta da una visita e si rimane per un paio d’ore sotto la supervisione di un’infermiera.
La seconda amministrazione viene disposta 48 ore dopo la prima a cui seguono un paio di giorni di sanguinamento, dolori e medicinali a base di ibuprofene.
Affrontare un IVG è un momento vissuto diversamente da ogni persona con utero. Può essere una procedura molto naturale oppure un momento ricco di emozioni e sentimenti. Qualcuno avrà bisogno di un supporto particolare e ci sono per questo tanti forum dove se ne parla, gruppi Facebook, movimenti, profili Instagram. Condividere questo momento con qualcuno che ci è già passato o ci sta passando può portare conforto.
Mi piacerebbe chiudere questa piccola guida ricordando che ogni persona che decide di avere accesso ad un IVG oggi in Italia non è solo una donna che ha esercitato un suo diritto, ma probabilmente una persona che vivrà un’esperienza traumatica a causa delle difficili circostanze sociali e sanitarie del nostro paese. L’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non dovrebbe comportare cicatrici permanenti né angoscia costante per mesi. Per alcune persone l’esercizio di questo diritto è ancora più difficile: c’è chi deve guidare ore per raggiungere un ospedale con un medico non-obiettore e chi viene obbligato ad ascoltare il battito del feto. Un diritto non dovrebbe portare con sé simili difficoltà ed è compito nostro vigilare, denunciare e lottare affinché l’accesso all’IVG sia realmente libero, sicuro e rispettoso della dignità di chi lo sceglie. Perché i diritti, per essere tali, devono essere garantiti a tutte e a tutti, senza eccezioni.
Adenomiosi: un esempio di approccio intersezionale e dinamico alle malattie croniche invisibilizzate
Dopo l’approfondimento dedicato all’endometriosi nel mese di marzo abbiamo deciso di spostare la nostra attenzione sull’adenomiosi. Aprile è, infatti, il mese della consapevolezza a livello mondiale per questa patologia, ancor meno conosciuta rispetto alla precedente.
L’adenomiosi, spesso e volentieri, viene erroneamente definita come “endometriosi interna all’utero”: è bene sapere, invece, che si tratta di due patologie distinte e non necessariamente coesistenti nella stessa persona. Tra le due, tuttavia, sussiste la caratteristica comune di essere malattie croniche infiammatorie benigne ed estrogeno-sensibili (o estrogeno-dipendenti).
Nel caso dell’adenomiosi, l’infiammazione cronica è originata dalla localizzazione anomala di tessuto simil-endometriale all’interno della parete muscolare dell’utero, ossia il miometrio.
Possiamo individuare tre forme di adenomiosi: adenomiosi focale, che coinvolge un punto specifico dell’utero; adenomioma, forma più estesa di adenomiosi focale, definibile come massa uterina o forma di tumore benigno; adenomiosi diffusa che colpisce l’intera parete muscolare dell’utero.
La sintomatologia è simile a quella dell’endometriosi, ma possono essere accentuati i dolori alle gambe e nella zona lombare.
Per quanto concerne il trattamento farmacologico, esso consiste principalmente nell’assunzione della pillola (progestinica o anticoncezionale a seconda del caso) oppure nell’applicazione della spirale ormonale.
Per la gestione del dolore è possibile ricorrere all’uso di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e antidolorifici.
È possibile, in alcuni casi, fare riferimento alla chirurgia per interventi di tipo conservativo, che mira a conservare l’utero, o radicale, noto come isterectomia e che mira invece alla rimozione dell’utero. Esiste anche la tecnica dell’embolizzazione, la quale consente di ridurre le dimensioni dell’adenomiosi con conseguente riduzione o cessazione della sintomatologia.
È fondamentale, in conclusione, chiedersi perché ci riferiamo unicamente al femminile parlando di patologie che colpiscono soprattutto l’utero e le ovaie.
Fortunatamente, anche se lentamente, alcunɜ attivistɜ si stanno prodigando per cambiare la narrazione. Io ho deciso di divulgare la mia storia di diagnosi e convivenza con ipertono del pavimento pelvico, vulvodinia, adenomiosi ed endometriosi tramite i social. In questo modo, sto cercando di diffondere maggiore consapevolezza su queste patologie al fine di evidenziare come possano esserne affette anche persone trasgender o non binarie utero-munite.
Anche io da ormai cinque anni uso le mie piattaforme social per creare consapevolezza riguardo questo tipo di patologie. Se per l’endometriosi, nel corso del tempo, ho assistito alla crescente tendenza al dialogo da parte di singolɜ attivistɜ, associazioni e realtà territoriali, non posso dire lo stesso dell’adenomiosi. Una mia personale considerazione, condivisa anche da Sabrina, è che forse questa malattia soffre ulteriormente della normalizzazione del dolore mestruale. Avremmo entrambe voluto che il personale medico ci spiegasse che sanguinamenti così abbondanti, tali da rendere impossibile attività come il semplice uscire di casa, non corrispondessero alla normalità.
Estendendo il discorso alle patologie invisibilizzate, quello che mi piacerebbe vedere è una maggior consapevolezza e propensione all’ascolto: affinché l’intersezionalità possa essere definita come tale deve comprendere un’analisi riferita anche alle nostre malattie e disabilità e soprattutto fornire la possibilità di riappropriarci della loro narrazione. Nell’immaginario comune sussiste la considerazione per cui chi ha una disabilità deve necessariamente utilizzare in modo costante ausili di vario tipo, come ad esempio quelli per la mobilità, ma è proprio tale approccio a rendere ancora più difficile la quotidianità di chi soffre di una disabilità dinamica. Il fatto che le nostre condizioni non presentino la stessa intensità ogni giorno non rende la nostra disabilità meno valida. Come società, dobbiamo cambiare il modo in cui queste patologie vengono non solo valutate e approfondite nell’ambito scientifico, ma approcciate e comunicate nel quotidiano.
Intervista ad Alessia Dulbecco – Il piacere sovversivo
Andreea: Ciao Alessia e grazie per aver accettato questa prima intervista di VaGina. Il tuo nuovo libro, Il piacere sovversivo. Breve storia della masturbazione, è uscito a febbraio ed è già in ristampa. Partirei dal titolo. Il piacere sovversivo evoca un’idea di rottura, di scardinamento di norme imposte. In che modo il piacere può trasformarsi in un atto politico e rivoluzionario?
Alessia: Grazie a te, a voi, per lo spazio che avete dedicato alla lettura de Il piacere sovversivo e a queste domande!
Il piacere si trasforma in atto sovversivo quando diventa qualcosa a cui scegliamo, liberamente, di abbandonarci. Quando si slega dalla performatività e dal mandato riproduttivo inteso come “obiettivo superiore” che ci consente di impiegare il nostro tempo - preziosissimo! - in atti che risultano privi di senso, che non portano a nulla se non al nostro benessere. C’è voluto tempo per sdoganare una versione del sesso in chiave positiva: di “sex pos” si parla da poco. Per questo mi è sembrato necessario partire da qui, dal ricordare a chi leggerà che l’autoerotismo non è solo una pratica secondaria, utile solo come preliminare al “rapporto sessuale vero e proprio”, ma qualcosa di importantissimo per il benessere personale. L’autoerotismo è soprattutto un gesto che sfida i dispositivi di controllo sociali perché per essere agito non ha bisogno di nulla se non della nostra immaginazione. La domanda è: sappiamo ancora sottrarre tempo alla (ri)produzione per dedicarlo alla nostra immaginazione o essa è diventata ormai terreno fertile solo per il mercato che capitalizza tutto?
Nel tuo libro affronti la storia della masturbazione, un tema spesso rimosso o caricato di stigma. Quando hai sentito il desiderio e l’urgenza di parlare di questo in un libro?
Il libro si situa all’interno di una collana, chiamata Urano, che costituisce una collaborazione tra la casa editrice Tlon e la rivista culturale fiorentina L’Indiscreto. I temi da esplorare attraverso i vari contributi proposti in collana sono stati scelti dalla Redazione de L’Indiscreto, privilegiando dove possibile quegli articoli, pubblicati negli anni precedenti, che avevano ricevuto un buon riscontro dal pubblico.
Nel 2022 avevo pubblicato un pezzo che parlava di masturbazione maschile, provando a esplorare la radice di alcuni stereotipi che ancora si associano alla pratica (per esempio il fatto che faccia diventare ciechi). Il saggio costituisce un’espansione e una rielaborazione di questo articolo. Scopo del libro è intrecciare l’approccio educativo con le questioni di genere. Così, se nella prima parte mi occupo di raccontare perché, senza la pedagogia, molti dei falsi miti costruiti contro la masturbazione non si sarebbero mai propagati nel tempo e nello spazio, nella seconda provo a riflettere sul modo in cui questi stereotipi si sono riversati sul maschile e sul femminile in modo diverso.
Quanto la rimozione del piacere sessuale autoprodotto incide sulla nostra crescita e sul modo in cui costruiamo il rapporto con il corpo e il desiderio?
Come accennavo prima, senza il contributo della pedagogia (e dei “pedagoghi” dell’epoca, primo tra tutti Rousseau) molti degli stereotipi connessi all’autoerotismo non si sarebbero mai propagati con la stessa intensità. Abbiamo dovuto attendere la rivoluzione culturale avvenuta a cavallo degli anni Settanta per cominciare l’opera di decostruzione e, anche se oggi nessuno penserebbe mai che di masturbazione si muore, in molti contesti genera ancora disagio parlarne. È un argomento scomodo nei contesti educativi (nonostante sia risaputo che bambini e bambine iniziano a esplorare il proprio corpo, perché ciò porta loro benessere, già a partire dai 4-5 anni); è un tema sottovalutato durante l’adolescenza, perché parlarne crea imbarazzo; è sconveniente per chi è adultə, considerato che si ritiene ancora espressione di una sessualità immatura.
Per questo credo sia necessario non tralasciare l’argomento: se è vero che di sesso si parla molto, di autoerotismo se ne parla meno. Eppure il modo in cui ci avviciniamo al piacere, scopriamo i confini del nostro corpo (e di quello/i altrui) parte proprio da qui.
Ora andiamo più nel particolare: parli nel libro della clitoride e del piacere femminile, a lungo ignorati, controllati o addirittura demonizzati. Ancora oggi, tra tabù culturali e disinformazione, il piacere delle donne fatica a essere riconosciuto come un diritto e non come un’eccezione. Quali sono, secondo te, gli ostacoli più difficili da superare per una piena liberazione della sessualità femminile?
La sessualità femminile viene rappresentata - oggi come allora - come una sessualità mansueta, arrendevole, capace di accendersi e piegarsi alle esigenze altrui. “L’altro” è sia il partner (il maschile è voluto) che la società, con il suo mandato procreativo implicito. Per questo credo che un’autentica liberazione della sessualità femminile non possa che partire dal mettere in discussione le basi dell’eteronormatività, dal desiderio (sovversivo, tanto quanto il piacere) di sottrarci a mandati culturali (ri)produttivi il più delle volte imposti socialmente. La liberazione della sessualità delle donne si intreccia alla liberazione delle donne in senso lato: non è possibile, credo, essere libere sessualmente se non si è prima lavorato sul proprio riconoscimento di soggetti tout court. L’autodeterminazione è un tassello imprescindibile di questo percorso, che intreccia inevitabilmente il piano della sessualità.
Passiamo a un aneddoto curioso: cosa c’entrano i cereali Kellogg’s con la masturbazione?
Ahahaha, questo è il motivo che mi ha spinto a scrivere l’articolo a cui accennavo prima :)
Nel 2021 scopro che i cereali Kellogg’s (di cui ero ghiotta, poi ho cambiato marca - n.d.A :D ) nascevano per volere di John H. Kellogg, nell’ambito di un progetto più ampio. All’epoca, infatti, Kellogg dirigeva un sanatorio e riteneva che una dieta morigerata, leggera e nutriente, fosse necessaria per estirpare le tante malattie, fisiche e mentali, di cui gli internati erano afflitti (tra queste ovviamente anche le famose epidemie di “masturbazione compulsiva” di cui molti pazienti cadevano vittima).
Nell’articolo ero partita da questo aneddoto per riflettere sui tanti tabù della maschilità, nel libro la storia di Kellogg è utile per ricordarci quanto anche la sessualità maschile sia afflitta dall’idea di performatività. Controllare i propri impulsi, non disperdere il proprio seme, rientra infatti in un progetto più ampio utile a esprimere una sessualità vincente.
Cosa vorresti che chi legge Il piacere sovversivo portasse con sé nella vita di tutti i giorni?
Mi piacerebbe offrisse un’occasione diversa per parlare di sessualità. Se è vero (e lo diceva Foucault 50 anni fa) che di sessualità si parla tanto, di autoerotismo si parla poco, ancora meno se fuoriusciamo dalla logica dei manuali. Questo libro non invita a star meglio nel proprio corpo, non ha alcuna pretesa di insegnare alle persone quali possano essere i gesti migliori da fare o i sex toys perfetti da usare per una seduta di autoerotismo davvero soddisfacente. Vorrei solo che aiutasse a riflettere di più su quelle cose che, citando il medico settecentesco Tissot, risultano «difficili da rivelare» perché per troppo tempo le abbiamo considerate «ridicole e vergognose».
Grazie per aver letto VaGina, ti rubiamo solo un altro minuto (e no, non per dirti che siamo finalmente sbarcatɜ su TikTok)!
VaGina è parte di Voci Giovanili, realtà che sta diventando un’associazione culturale. Vuoi darci una mano?
Clicca qui sotto per la raccolta fondi:
Un’associazione per far sentire le nostre Voci
Basta anche il corrispettivo di una fetta di pizza!
Se non puoi donare, condividi il link con quel gruppo con cui parli sempre… Sì, quello con un nome strano. Sappiamo che ce l’hai.
![VaGina [inactive]](https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!vszr!,w_40,h_40,c_fill,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fbucketeer-e05bbc84-baa3-437e-9518-adb32be77984.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4df8b31a-1b52-41b0-b9f7-657193ac1f62_1004x1004.png)




















